Il blog del movimento situazionista Circolo della Vela, in guerra perenne per il trionfo del Bello.

Circolo Situazionista Futurista Passatista Dadaista di Musica Esoterica, Industriale, NeoFolk, Sperimentale,Concreta e Avanguardia Sonora.
Caina la fratella cattiva della rete
Il gruppo Italiano del nuovo Millenio
Io Ballo Sola
KomaSolution
Magnum Invidia (il topic che parla del CdV sul forum di Kronic)
NOT MOVING
RETALIATION
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Chi frequenta anche un poco i vari forum sparsi in giro per la rete sarà senz'altro a conoscenza del fenomeno mediatico che risponde al bizzarro nome di “Circolo della Vela”. Una sigla che evoca immagini non riconducibili a scene musicali, ma forse a tiepide serate di musica leggera dove signori dal portafogli facile si annoiano senza sapere cosa faranno l'indomani e nemmeno il giorno prima. Ed invece un nome che evoca spazi acquatici è il pretesto per radunare su CD non destinati alla vendita alcuni nomi più o meno noti della scena dark e industriale dello stivale nazionale. Il secondo volume mostra in copertina un sommergibile ormai destinato alla ruggine e come epilogo per la sua gloriosa fine sforna una dozzina di brani dei generi più disparati. Il ‘Volume 2' si avvale di ben 16 tracce, documenti sonori in bilico tra neo-folk, elettronica e dark wave. L'onore dell'apertura spetta ad un'inedita “Song of Margarete” dei promettenti Calle della Morte, drammatica nel suo intenso crescendo che sconfina nella disperazione più assoluta con melodie pregne di storie maledette e reali. L'inedito duo Runes Order VS Folkvang unisce l'elettronica intricata del progetto di Dondo con le arie melodrammatiche di Folkvang. Gli Ain Soph più retrò e d'annata rivivono nella malinconica “Muri d'Assenzio” ad opera di Helden Platz, mentre con Spite Extreme Wing si cambia strada e si imbocca un sentiero dove il lato più epico e maestoso del folk si sposa con le fredde e sporche sonorità black metal, genere di provenienza dei SEW. Momenti debolucci con l'esecuzione dei giovanissimi Lupi Gladius e Axis Mundi, eccessivamente legati ai classici stilemi del pianeta neo-folk risultando piatti nel risultato finale. Il punk schizoide dei Dick Dastardly alza involontariamente il livello con delle schitarrate sbilenche e liriche spaghetti-english. Divertente la brevissima prova di Gene Crazed, rock'n'roll sfigato e senza fronzoli vari, così come il garage punk schizzato e claustrofobico di Voodoo Barbecue. Dark wave strutturata con tastiere molto eighties con i Pura Levita, interessante ma poco ‘ricca' e decisamente al di fuori dei miei interessi, così come il gothic rock energico e tirato di Sunset Boulevard e le oscurità sonore di Vestfalia's Peace. Anche i baresi Violet Tears fanno parte di una scena che non seguo ma la loro “Eternal Nights” nasconde tastiere sognanti ed espressive, peccato per la voce che guasta decisamente il risultato finale. Peccato e sacrificio con il dark rock fedelissimo alle gesta dei Fields of the Nephilim con gli Anima Virus e con E.V.A. si svolta decisamente pagina a favore di una dark-ambient solare, dilatata e ancestrale. Per finire l'agitazione rumorosa di N., trasmissioni radio disturbate nascondono la vera natura di “Noise Act”, morbide pulsazioni elettroniche parecchio distanti dal CD che N. ha realizzato qualche anno fa per la Slaughter Productions. E con questo il sommergibile ritorna negli abissi più neri e nascosti della scena italiana. Attendiamo l'emersione, magari un veliero sfavillante e tenebroso…
La parabola di una generazione
di Davide Bassi
Nel 1964 Umberto Eco pubblicava una raccolta di saggi, Apocalittici e integrati, destinata a far parlare di sé per il modo in cui trattava argomenti fino ad allora scarsamente considerati come il fumetto, la canzone pop, la narrativa popolare: ciò che suonava strano alle orecchie dei più conservatori era l’utilizzo degli strumenti della cultura alta per spiegare ed analizzare la cultura bassa.
All’interno di uno di questi saggi, La canzone di consumo, si può leggere un paragrafo intitolato “Un mito generazionale”, praticamente un’analisi dei testi e del personaggio di Rita Pavone.
Sono passati quarant’anni, e le distinzioni fra cultura alta e bassa si sono attenuate: gran parte della storia della musica allora detta “di consumo” è considerata quasi unanimemente una forma d’arte, e sono cadute le barriere fra la musica “colta” e quella “popolare”.
Perché scrivo questo e perché rievoco un precedente così ingombrante? Semplicemente per spiegare come non sia certamente mia l’idea di scavare all’interno di un’esperienza musicale, non per forza colta o particolarmente innovativa, per cercare di capire i cambiamenti sociali di un periodo. Così come un saggio su Rita Pavone poteva apparire dissacrante (e forse, paradossalmente, snobistico?) quarant’anni fa, oggi una scheda come quella che segue, dedicata a Jo Squillo, potrebbe sembrare una provocazione o, peggio ancora, una derisione, in linea con i principi dell’imperante (e degenerato) trash.
E’ per questo che non intendo dimostrare particolari risultati o innovazioni di J. in campo musicale, semplicemente perché non è questo il mio obiettivo: personalmente salvo buona parte del repertorio che qui prendo in considerazione, ma non è mia intenzione sdoganare o rivalutare la sua musica o convincere il lettore della sua bontà.
Ciò che vorrei far notare è come dai testi, dalle scelte, dalle musiche di J. (nella prima fase della sua carriera) si possa percepire l’atmosfera sociale, tumultuosa, di quell’arco di tempo, in cui il fermento musicale del punk si mischiava all’atmosfera politica lasciata dal ’77, per poi lasciare il passo, di lì a pochi anni, dopo un ultimo tentativo (Avventurieri), all’avvento degli anni 80, del disimpegno e del fallimento degli ideali di una generazione, nonostante uno “spirto guerrier” sempre presente ma ben celato, così come accaduto ai protagonisti della stagione del Sessantotto.
La prima città italiana in cui il punk si è affermato è stata senza dubbio Bologna. Ma già nel 1978 anche Milano poteva vantare una scena musicale in gran fermento, grazie all’elevatissimo numero di centri sociali sorti in pochissimo tempo e alla creazione delle prime fanzine (la prima in assoluto fu Dudu, che muterà poi il nome in Pogo).
Nel 1979 la più importante etichetta indipendente del panorama musicale italiano, la Cramps Records di Gianni Sassi, organizza assieme ad un’altra mitica etichetta, la Harpo’s Bazaar / Italian Records, di Bologna, una manifestazione dal titolo “Rock & Metropoli” che vede l’esibizione dei più importanti gruppi punk del momento: tra questi ci sono anche i Kaos Rock, legati al centro sociale–scuola di musica Santa Marta di Milano (dove insegnava anche Demetrio Stratos), e guidati da Gianni Muciaccia, compagno nonché futuro marito e collaboratore di J.
Sempre al Santa Marta si formano le Kandeggina Gang, capeggiate appunto da Jo Squillo (il cui vero cognome è in realtà Giovanna Coletti). Il 6 Febbraio 1980, poi, queste partecipano a Milano a “Rock 80”, un altro concerto organizzato dalla Cramps per promuovere l’uscita di una serie di singoli di nuove band: partecipano anche i Kaos Rock, i Windopen e i Take Four Doses.
Le Kandeggina Gang (il nome è stato scelto per dare l’idea di qualcosa di “sbiancante” e “scioccante”) erano formate da giovanissime ragazze, probabilmente nemmeno maggiorenni. Il loro esordio resterà anche l’unico loro disco, e viene pubblicato nel 1980 dalla Cramps Records: un 45 giri contenente Sono cattiva e Orrore.
Luca Frazzi, nella sua Guida al punk italiano, ne parla così: “un gran bell’esempio di punk adolescenziale giocato sulle frequenze alte (la voce stridula di Jo perfora il cervello) con un vago (vaghissimo) accenno di pop. Le Kandeggina Gang erano quattro teppistelle milanesi che picchiavano senza troppa tecnica sugli strumenti urlando tutta la loro noia. Tutto qui. E scusate se è poco”.
Il lato A si apre con un ipotetico dialogo con la mamma di una delle ragazze, decisa a non lasciarle uscire per le prove e, leggendolo, si ritrova davvero il classico linguaggio, sempre uguale, dei genitori: “(…) Sei appena ritornata a casa e esci di già! Ma io non lo capisco, non hai un po’ di pensiero per i vostri genitori? Devo fare tutto io, la casa chi la manda avanti? Sempre in giro, in mezzo alla strada, a suonare il tamburo, la chitarra…hai solo quindici anni, non lo so!”. Nel frenetico minuto e mezzo che segue il testo recita, fra l’altro, “Sono cattiva/ se la sera mi gira/ prendo il coltello/ ti stravolgo il cervello”, “perché io so/ che tutti voi/ belli o brutti/ ce l’avete con noi”, per chiudersi poi con un rassicurante (?) “Ciao mamma!”.
Il lato B, Orrore, è un atto di accusa agli uomini: “Orrore orrore/ mi fai vomitare/ e vicino a te/ mi sento male. (…) Tu non pensi che al tuo uccello (…) Tu non pensi che a scopare (…) Sei un duro/ ma sta’ sicuro/ io m’incazzo/ e ti spacco il culo”.
Insomma, in poco più di quattro minuti le Kandeggina Gang se la prendono, da perfette femministe ribelli, contro i genitori e i fidanzati. Leggendo oggi questi testi forse può scappare un sorriso, ma contestualizzandoli nel periodo in cui sono stati scritti suonano come perfettamente aderenti allo spirito punk, con un paio di novità: ad essere toccati sono i temi più vicini e normali, senza pretese di critica politica e, soprattutto, si tratta di testi scritti da ragazze. Un gruppo punk formato da sole ragazzine: riprendendo la citazione di prima, “scusate se è poco”.
Come si sarà intuito, le informazioni storiche e biografiche sono davvero poche. E’ dunque impossibile ricostruire l’iter che ha portato Jo Squillo Eletrix (questo il nuovo nome d’arte) ad uscire dalle Kandeggina Gang e realizzare un disco da solista, che uscirà nel 1981 prodotto dalla 20th Secret, Girl senza paura. Questa volta si tratta di un lp in piena regola, contenente ben 16 tracce, ed ascoltandolo si capisce come una svolta sia già avvenuta.
Più che di punk, si dovrebbe cominciare a parlare di new-wave: alla classica formazione chitarra-basso-batteria si aggiunge un synth ed alcune tracce risentono già dell’atmosfera di cambiamento dei primi anni 80.
Apre l’album L’asta (“Fuoco fuoco su Milano”), e fin da subito si nota l’assoluta semplificazione dei testi, molto spesso reiterazione continua di poche parole. I testi spaziano fra vari argomenti: Cx pare avere un sapore ecologista (“La meccanica ti dà lo smog”), Faccia da vipera è un’imprecazione contro le persone ipocrite (“La gente come te/ ci sguazza come un re/ faccia da vipera/ tu vuoi farmi male”), Energia interna è un totale delirio quasi futurista (“Produzione movimento ispirazione/ molto spesso inondazione formativa/ manifestare forma dritta sconosciuta”, ma alcune parole non si comprendono bene).
Ma le canzoni più significative sono altre, a cominciare da Paranoia (“Domattina alle sette/ ho la sveglia nelle orecchie/ No non voglio andare a scuola/ preferisco le lenzuola/ Fa un freddo da morire/ la polmonite mi fai venire/ su quel tram così violento/ oggi no non me la sento/ non è neanche un bel palazzo/ e con me non c’entra un cazzo/ qui di muffa c’è l’odore/ dai molliamo quest’orrore! Professori bastardi/ tutti i libri son bugiardi!/ Mamma mamma te ne prego/ nella scuola non ci credo/ mamma mamma te ne prego/ io dei prof me ne frego!/ Mamma mamma te ne prego/ io papà non lo temo!/ Mamma mamma sei una noia/ voglio vivere di gioia!”), dove il messaggio della canzone è chiarissimo, per arrivare a Voglio farlo con te e Ma chi se ne frega, inni alla libertà sessuale.
Violentami invece recita “Violentami violentami sul metro/ mentre aspetto alla fermata/ sembra buia la giornata (…) Sono appena scappata di casa/ voglio fare una storia un po’ strana/ prendimi prendimi senza fretta/ non ho nessuno che mi aspetta/ Sono nuda tu hai paura/ Sono nuda, che hai, paura?”, è un modo assai originale per trattare, sdrammatizzandolo e ribaltandolo, il problema delle violenze alle donne, assai diffuse in quel periodo.
Skizzo skizzo sembra uscita da un disco dei Ramones, e critica il perbenismo borghese (“Sempre in giro per la città/ un po’ di qui un po’ di là/ a stare in mezzo a questa sfilata/ mi sento un po’ imbarazzata (…) Mi guardano tutti come fossi una matta/ ci tengo proprio ad esser diversa/ non sono capace di stare normale/ non voglio infilare un vestito nuziale”). Di questa canzone esiste anche un videoclip in cui J. e la sua band rapiscono il cantante Christian: chiara l’allusione della nuova musica che, seppur ironicamente, sostituisce, e violentemente, quella vecchia.
Come si può notare, i testi sono semplici e cristallini, tali da non richiedere una spiegazione: in Girl senza paura J. racconta il mondo che la circonda senza dimenticare di criticarlo, e ad essere prese di mira sono le cose più elementari e “sentite”: gli adulti che non capiscono i giovani, l’istituzione scolastica, le amicizie tradite, la violenza urbana.
Non mancano comunque parentesi più serie: la prima è la sorprendente China’s war, che si discosta in maniera netta dal punk e propone sonorità indubbiamente particolari, ma soprattutto Tuo Cesare, la penultima canzone, che è la semplice lettura di una lettera scritta dall’amico Cesare Pedrotti, arrestato ingiustamente dalla polizia, al quale l’intero disco è dedicato.
Prima di concludere la trattazione di questo album, che chiude la breve stagione punk di J., credo sia utile riportare alcuni frammenti di interviste che testimoniano come J. si sia sentita assolutamente parte integrante della costruzione di un nuovo movimento che aveva anche lo scopo di provare a cambiare il mondo, anche a costo di sovvertirlo completamente: “Erano canzoni provocatorie, canzoni che servivano a rompere, contro un muro di indifferenza, che esisteva negli anni 80. Era il modo, di una nuova generazione, di dire che esisteva una voglia di fare delle cose in modo diverso, creativo, al di là del business, soprattutto al di là degli interessi, soprattutto per la passione. Sicuramente il punk ha rappresentato un nuovo modo di provocare, per poter riscrivere una parte della musica italiana: credo di aver creato in parte questo movimento...in Italia sicuramente. E' stato un movimento in cui appunto ho inventato un certo tipo di musica: mi tingevo i capelli di verde, facevo delle performance nelle gallerie d'arte, dipingevo quadri, tagliavo vestiti su di me mentre cantavo… Siamo stati una generazione molto eclettica, innovativa ed evolutiva. Ciò che mi manca di più di quel periodo sono la creatività, i Devo, i Ramones e il movimento”.
La fine di tutto e l’inizio di niente: Avventurieri
E se credi che l’avventura
sia finita ormai
giovani speranze nuovi eroi
il pilota
dello spazio attraverso il tempo
dice che mi trovo molto a sud.
Non ricordo più le strade
sogno solo cose nuove
passioni intensità nuovi amori.
Noi, voi, noi, non ci prenderanno mai
voleremo via attraverso nuovi amori
noi, voi, noi, non ci prenderanno mai
sfrecceremo via verso il cielo.
Avventurieri elettronici sorridono
alle ragazze nude in riva al mare
prossima fermata è il futuro
voglia di vincere nuovi amori.
Avventurieri è un chiaro manifesto generazionale, uno spartiacque nella carriera di J., ma anche la rappresentazione di un nuovo modo di vedere le cose. Esce nel 1983 come lato A di un 45 giri che contiene anche Voodoo, omaggio al Sudafrica. Musicalmente, Avventurieri si presenta come una commistione fra sonorità tipiche anni 80 e world-music.
Il testo, qui sopra proposto per intero, merita un’analisi dettagliata, anche se le metafore contenute in esso sono chiarissime, a cominciare dall’ “avventura”, ovvero il percorso di vita della generazione di J., travagliato e contraddittorio, ma senz’altro ricco di entusiasmo e ottimismo.
J. dice di “non ricordare più le strade” e di “sognare cose nuove”, perché ormai è tempo di cambiare: non si tratta più della quindicenne che urlava tutta la sua rabbia nel primo 45 giri, perché deve guardare in faccia alla realtà e procedere ad un ripensamento critico del proprio pensiero e dei propri ideali.
Nel ritornello J. per la prima volta (e questo è molto significativo) parla al plurale: “Noi”, come mai aveva fatto nelle canzoni precedenti, perché ora si sente portatrice dei valori di tutta la sua generazione e si autoassurge a faro per i suoi coetanei; un’altra costante del testo è la parola “nuovi”, che ricorre più volte nel testo a sottolineare l’inizio di un processo di cambiamento. “Non ci prenderanno mai”: la generazione di J. non si dà però per vinta e non vuole comunque finire omologata nella società che tanto ha combattuto e pertanto anche in una sognata nuova fase tenta di distinguersi, di “vincere”, come si evince dall’ultimo verso.
Fondamentale è il verso “Prossima fermata è il futuro”: programmaticamente e orgogliosamente il punk ostentava il “No future”, mentre in questa nuova fase, parallelemente alla propria maturazione personale, si cerca di guardare avanti e di progettare qualcosa di nuovo.
In Avventurieri c’è una mano tesa, una disponibilità a cambiare e a collaborare, in nome di un futuro utopistico che J. e la sua generazione in realtà vedono possibile: pur senza mischiarsi silenziosamente alla folla, si cerca di evitare la sola distruzione, come faceva il punk, privilegiando la cooperazione e la (ri)costruzione. Dopo una fase anarchica e nichilista, la salvezza è vista in una “terza via”, che ha le sue fondamenta nella massa e nell’unione, ma in realtà questi sogni verranno disattesi.
I buoni propositi di Avventurieri restano solo sulla carta: l’utopia è distrutta, gli anni 80 avanzano, la generazione si sfalderà e andrà ad integrarsi, omologandosi, alla società tanto vituperata (come già detto nella premessa, il paragone con il Sessantotto sorge quasi spontaneo).
La carriera di J. prosegue fino ai giorni nostri, ma produce poche cose interessanti. In realtà questa “regressione” è di per sé interessante perché testimonia pienamente l’inserimento negli ingranaggi della società, dimenticando quasi del tutto i buoni propositi.
Già nel 1984 J. sforna un tormentone estivo come I love muchacha, anche se nell’lp Bizarre non mancano tentativi di sperimentazione. Nel 1988 esce Terra magica, album dedicato al suo maestro Demetrio Stratos, e nel 1991 arriva il suo più grande successo di pubblico, Siamo donne, cantata al Festival di Sanremo, in coppia con Sabrina Salerno. Curiosamente anche in un testo apparentemente disimpegnato come questo, non mancano alcune provocazioni femministe: la stessa cosa avverrà nel 1993, con un altro brano presentato a Sanremo, Balla italiano, che presenta un’esortazione, per la verità nemmeno troppo sottile, agli italiani, all’indomani dello scandalo di Tangentopoli: “C’è tanto da fare se vogliamo cambiare (…) Non lasciare che gli altri parlino per te (…) Apri gli occhi e svegliati/ apri gli occhi e guardami/ come siamo diversi in questo mondo di pazzi/ niente ci cambierà (…) e se tu sei d’accordo/ muoviti con me”. Il testo, oltre a sembrare quasi un inno “girotondino” ante litteram, contiene quegli elementi già presenti in Avventurieri, come il “noi” e l’esortazione al cambiamento, al “rimboccarsi le maniche”, alla ricostruzione e all’ottimismo per il futuro.
Insomma, sebbene inserita nel mainstream discografico e televisivo (lavorerà per la Rai e la Fininvest, con cui collabora tuttora), J. non rinuncia alle proprie idee, come testimonia anche la partecipazione alla manifestazione anti-G8 a Genova nel 2001, dove ha cantato Imagine in ricordo di Carlo Giuliani. Anche la sua occupazione attuale, ovvero la gestione di un canale satellitare dedicato alla moda, sembra proseguire logicamente un percorso che è partito dal punk (anch’esso, tutto sommato, una moda) e che è sempre stato contraddistinto da una ricerca della creatività a tutti i costi.
La svolta auspicata da Avventurieri, quindi, non si è esplicata del tutto e molti sogni restano infranti e disattesi, ma in qualche modo J. e la sua generazione sono forse riusciti ad inserirsi nella società ritagliandosi un proprio ruolo, non del tutto anonimo e non perfettamente identico rispetto a quello cui si erano posti come alternativa. O forse questo compromesso, in realtà, sta davvero stretto: per dirlo con le parole di Jo Squillo stessa: “La cultura punk ha anticipato il 2000. Abbiamo sognato per anni il 2000, immaginato una nuova vita, ora il nuovo millennio è arrivato e davanti a noi non c'è che il nulla. Sulla mia spilla c'era scritto "No Future". Non ho più sogni”.
ENJOY THE TASTE OF ABASTOR #33
In questo numero potrete trovare:
Il disco della mia vita – Finalmente ho comperato l’uccello
Un 45 giri contenente una raffinata lirica per intellettuali maudit votati al culto del “bello”, narra di una avvenente fanciulla che voleva dedicarsi all’ornitologia…
Outing – 8.4.2004
Flavio “C-Monkey” è penetrato negli studi della “gaya” trasmissione “Outing” condotta da Helena Velena, riportandone impressioni ed emozioni per il pubblico di Abastor.
La via Elettronica – Breve storia della musica elettronica dagli anni ’50 ai giorni nostri
Erik Ursich tratta con cognizione di causa della musica elettronica in un articolone che occupa ben dieci pagine della nostra oddzine!
Volo AZ 504 ovvero della Love Song straziante anni ’70
Un aereo che decolla… un moog che suona nell’atrio di un aeroporto… due amanti divisi dalle circostanze… un coro di disperati canta “oooh oooh”… F.C.N. traccia in un breve saggio la storia di un filone musicale in cui si mescolano come in nessun altro momento storico disperazione e cattivo gusto.
Cosplay – Il paradiso degli otaku
Che cosa spinge degli adulti, sani, uomini e donne a indossare degli abiti per calarsi nei panni dei loro eroi fumettistici, cinematografici o televisivi? Massimo Moscarelli, con questo articolo, cerca di analizzare il fenomeno.
Il libro della mia vita – Rompi Solange e trovi Paolo
Ve lo sareste mai aspettato? Paolo Bucinelli, in arte Solange, ha scritto ben due libri. Il primo e più incredibile, è stato letto e analizzato per voi da F.C.N.
Cicciolina al Cassero – Bologna, 28 maggio 2004
Ilona Staller torna a fare spettacoli, ma la sua rentrée tocca anche punti di riferimento della cultura gay italiana. Grimieri in un dettagliato reportage, ci racconta la sua esperienza davanti alle nuove pocce di Cicciolina.
La trincea di plastica – L’epopea dei soldatini Atlantic
Marco Wertham riporta impressioni e sensazioni di un’infanzia traviata dalle milizie sintetiche della Atlantic, indimenticato feticcio dell’infanzia di molti abastoriani.
La grande avventura di Pee-Wee Herman
Un grande articolo biografico scritto da Enrico Sist narra la vicenda di Pee-Wee Herman, spiritello che ha invaso il corpo di Paul Reubens dandogli gloria e infamia allo stesso tempo.
Le videocassette della mia vita – Seventies Rock & Pop
Antonio Amato, entrato in possesso di una splendida collezione di video degli anni ’70, non ha resistito e ci racconta della sua visione ad occhi sbarrati davanti alle meraviglie del decennio più luccicante dell’intera storia dell’umanità.
Elke Sommer – A sweet in the dark
F.C.N., rimasto abbagliato dalla bellezza germanica della dolce Elke Sommer, ne ha voluto disquisire in un approfondimento a lei dedicato.
Completano questo sostanzioso numero di Abastor, le rubriche Frames e Degustazioni (di ben 20 pagine), nella quale i redattori della oddzine démodé recensiscono, come sempre, gli oggetti più incredibili, bizzarri e cult che hanno reperito.
Per avere questo distillato di piacere e di lussuria incontaminata composta da 56 pagine e in tiratura limitata a 104 esemplari numerati, con copertina a colori, contattate: abastor@libero.it
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"Circolo della Vela Volume 2"
Blow Up! N°74/74 - Luglio/Agosto 2004
Box Recensioni -DarkIndustrial - Pag.97
Secondo appuntamento con la compilazione de Il Circolo della Vela, entità indecifrabile cui facemmo cenno in occasione della sua prima emissione. Nessun supporto cartaceo a motivare una compilazione che pur nella sua disomogeneità e l`estrema povertà di alcuni contributi, sedici i nomi coinvolti, merita segnalazione almeno per Helden Platz, con Muri d`assenzio che palesa ispirazione Ain Soph, con piano e fisarmonica protagonisti, Spite Extreme Wings con lo scolpito folk noir di Di nuovo in armi, dedicato alla d`annunziana "santa impresa di Fiume", e, pur meno convincenti, Calle della Morte, Lupi Gladius, N., Axis Mundi. Vestfalia`s Place ed Anima Virus i più credibili nel piccolo contingente d`ortodossia dark. (6/7)
Paolo Bertoni
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DBPIT - ELEVEN
(Misty Circles)
Immaginate l'atmosfera tipica da jazz club fumoso, locale da sobborghi misteriosi in cui personaggi onirici si aggirano di notte tra note scomposte e sinfonie sghembe che si mischiano ai fumi dell'alcool; luci basse, aria rarefatta e sagome confuse che si muovono. L'aria stagnante in contrasto con la velocità delle note che invadono l'aria. Aggiungete a questo scenario da New Orleans un tocco tecnologico, qualche spruzzata elettronica figlia del XXI secolo e agitate il tutto riversando questa dose di follia su supporto ottico. "Eleven"! Flavio Rivabella, già noto come trombettista dei Mushroom's Patience, grazie all'aiuto di note personalità della scena, tra cui ClauDEDI, Raffaele Cerroni, Marco Deplano e Juergen Weber di Novy Svet sforna queste sette tracce di "industrial jazz", psicotiche suite di "marasma mentale" come viene definito levigate dalle note della sua tromba, strana, aliena e sofferente. Idealmente seduti ad un tavolo di questo club fantasma assistiamo ad una miscela inquietante, lisergica e notturna che sembra fondere perfettamente rumori ambientali, disarmoniche trovate industriali con sprazzi di malinconico jazz notturno, che si avvicina e si allontana danzando sulle note di un poco rassicurante basso che compare a fare da guida qua e là (sentitevi "Psycho Gate" ad esempio). Voci anomale narrano, sussurrano ("Kradumarrich (frail)" o "Memories of Vienna vol.1") e contribuiscono a creare quella atmosfera surreale che rende questo cd davvero qualcosa di alieno. Un intenso viaggio, mai prolisso ed eccessivo, sempre carico di atmosfera, caotico nel modo giusto; sperimentale in quei territori strambi in bilico tra lo-fi ed elettronica, che spesso ci appaiono distorti da qualche cocktail bizzarro, sorseggiato durante il delirio paramusicale che ci frastorna insieme all'alcool. Persi in un vortice, fino ai criptici minuti conclusivi di "The invasion of the human men", pulsanti di bassi e voci filtrate da altri pianeti...e la musica sfuma, l'allucinata orchestra scompare. Luci spente, il bicchiere è vuoto, ora possiamo andare...
Un disco difficile, in un territorio sonoro che non avevo mai sondato e che sono contento di aver scoperto grazie all'operato di Flavio R., qualcosa che consiglio caldamente a chiunque voglia mediare sperimentazione e musica, fredda elettronica e i caldi suoni di strumenti suonati con una viscerale vena jazzistica...grande lavoro.
Dav-wn
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DER FEUERKREINER - DER FEUERKREINER
(Misty Circles/Runes and Men)
Stupefacente! Cosa dire altrimenti? Tempo fa recensii positivamente un demo di questi due ragazzi di Recanati, quattro pezzi con ottime idee, qualche spunto forse un po' derivativo che comunque lasciava intravedere cose lodevoli. Ecco tutto mi aspettavo fuorché un botto così forte già al primo lavoro ufficiale! Inizialmente programmato come mini-CD esce invece per Runes and Men in collaborazione con Misty Circles questo dischetto, limitato a 250 copie, che si posiziona subito tra i migliori prodotti della nostra scena. Il lavoro grafico è assolutamente pregevole sotto tutti i punti di vista, istantanee color seppia, stralci di vita quotidiana passata, qualcosa di poetico e al contempo marziale fuoriesce da queste foto, esattamente la rappresentazione migliore per ciò che troviamo all'interno del cd. Riproposte e riarragnaite le tracce del demo, aggiunti campioni e meglio prodotte ora escono nella loro potenza ed assumono una loro identità proprio in virtù di un sound che diventa proprio. Il cantato mantiene la scelta di essere pura fonetica (Paul Chain è forse stato maestro in questa scelta, sebbene ovviamente non è stato probabilmente l'unico), il lavoro di campioni è duttile e spazia egregiamente dagli episodi più marziali (che ancora potrebbero richiamare Der Blutharsch ma lo cito solo per darvi un'idea della proposta, NON come paragone) a quelli più scuri. Le voci funzionano a meraviglia, evocative quando serve, più cupe in altri frangenti come nella nuova "Sophie", realmente scura e marziale, che affonda le sue radici in contaminazioni meno riconducibili a facili marcette d'epoca. I brani nuovi mostrano la maturazione del duo ("Spiel" è veramente un pezzo stupendo) che crea davvero scenari sonori degni di nota e altamente descrittivi. Il settimo brano ci ripropone quella bella marcetta (questa volta si...ma ci sta bene) già presente sul demo, frastagliata di digressioni industriali arricchite e potenziate rispetto alla precedente versione. "Nein!", un preciso pezzo di industrial, chiude questo disco che ci consegna una delle più belle sorprese che l'Italia ha partorito. Consigliato a tutti, senza dubbio.
Contatti: Der Feuerkreiner
Dav-wn
Only Europa Knows...
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"Death in June over Italy": Quattro date in giro per l'Italia (non senza polemiche), a cantare dell'Europa morente, accompagnato da Boyd Rice nelle vesti di NON, e Wolf Pact. Dall'industriale più devastante al folk intimista, valeva la pena esserci...
19 Aprile 2002
Binario Zero (MI)
In marcia !!
Poco da raccontare, almeno per questa volta, in relazione al viaggio. Per una volta capita di poter assistere ad un concerto senza macinare kilometri e che concerto! La prospettiva di non doversi sorbire più di un'ora di macchina per raggiungere il locale è già allettante e contribuisce a rendere l'atmosfera alla partenza più rilassata, senza preoccupazioni per l'orario, eventuali code e tutto ciò che puntualmente si materializza dal nulla nel momento meno opportuno. Ci troviamo in quattro, la partenza fissata con discreto anticipo ci porta a muoverci verso Milano alle 19.00, complice il fatto che oltre a noi altre persone ci aspettavano davanti al locale. Tempo più che buono, anzi fin troppo caldo ed il timore, rivelatosi infondato, di un chaos totale a causa del disastro del giorno prima: le immagini del Pirellone in fiamme e di tutto il traffico deviato mi avevano fatto temere ingorghi fuori programma, invece tutto bene e un'oretta dopo la partenza siamo a destinazione.
...Il locale...
Non ero mai stato al Binario Zero, situato nei pressi della stazione centrale, zona per la verità non molto raccomandabile soprattutto dopo un certo orario. Abbandonata la macchina un po' distante (il posteggio è utopia a Milano) ci incamminiamo, incrocio un paio di individui le cui espressioni già mi fanno disperare dal ritrovare la macchina dove l'abbiamo lasciata, e raggiungiamo il locale, ancora poca gente davanti ai cancelli chiusi. Il mio primo sospiro di sollievo l'ho avuto nel non vedere un assembramento di gotici dai più improbabili abiti, e borchie varie ma non ho nemmeno il tempo di pensarci; decidiamo di andare a mangiare qualcosa, al nostro ritorno è ora di entrare. La struttura lascia un po' a desiderare (mi chiedo tutt'ora come cavolo saremmo usciti da quel bunker se per caso fosse scoppiato un incendio visto che l'unico accesso è dato da una scomodissima porta girevole...), il piano sotterraneo sede del concerto è discretamente spazioso, nonostante due colonne siano posizionate in maniera strategica bloccando completamente la vista del palco da più di una posizione cosa che ha portato molti a preparasi sotto il medesimo da subito, nonostante mancasse ancora tempo all'inizio del concerto. Le note di "Wolf Pact" sono la costante colonna sonora che precede lo show. Rimango deluso dal banchetto allestito, che non propone veramente nulla di nuovo (giusto un paio di ristampe di DIJ il disco "Wolf Pact" e souvenirs di varia gamma come spille, cartoline, calendari etc...i miei propositi di acquisto sfumano subito). Il palco è già pronto, il totenkopf posizionato dietro al palco è l'inconfondibile marchio della Morte in Giugno. Comincia ad affluire il pubblico e noto (adesso si) la presenza di gotici, non so bene a che scopo dato che per tutto il concerto non hanno fatto che muoversi avanti e indietro senza prestare attenzione a ciò che succedeva sul palco, nel complesso però non sono poi tantissimi, così come non ci sono molti "kameraden", scarseggiano divise ed anfibi. Insomma un concerto che ha visto la presenza di molta gente normale, alla faccia di chi continua instancabilmente a dipingere questi eventi come manifestazioni nazistoidi e antisemite, neanche all'uscita del concerto dovessimo mettere a ferro e fuoco l'intera Milano. Ma la madre degli imbecilli è sempre incinta...
...Wolf Pact & Boyd Rice...Total War!
Finalmente! Le note di Wolf Pact (ormai è mezz'ora che sento questo disco, fra poco mi passa la voglia di ascoltarlo live...) sfumano, qualcosa (di grosso) si muove e Boyd Rice sale sul palco, abbigliamento completamente nero, imponente si sistema dietro al suo marchingegno dal quale comincia a "disturbare" il pubblico con industrial altamente abrasiva. John Murphy dietro di lui rende il tutto più "militare" accompagnandolo con le percussioni. E' strano vedere come da una specie di scatola riesca a provocare tanto frastuono, per altro regolare, incisivo non cacofonico se non nei momento in cui volutamente l'onda sonora degenera in puro chaos. Secondo me non ha senso descrivere un concerto come quello di Mr. Rice pezzo per pezzo, puoi capire cos'è solo se sei li, lo vedi e lo subisci; un pezzo come "Total War" sembra voler radere al suolo il locale e ancor prima il nostro povero cervello, investito da un'onda d'urto veramente terremotante. Segnalazione di demerito per l'addetto al mixer che non ha decisamente saputo gestire i suoni, cosa evidente nel momento in cui Douglas ha raggiunto Mr. Rice sul palco per eseguire alcuni pezzi con la chitarra, idea subito accantonata visto che dopo pochi secondi hanno incominciato ad uscire fischi e riverberi dalla 6 corde di Mr. Pearce. Boyd Rice ha quindi continuato a "disturbare" in solitario, scandendo un motto che ormai troviamo spesso. "Molti Nemici, Molto Onore. A Noi!" risuona duro nell'aria eppure, sorpresa per i tanti detrattori, nessun segno di saluto romano o affini. Vuoi vedere che le persone che c'erano a vedere il concerto erano li davvero solo per la musica? Comunque il concerto continua con pezzi tratti dal disco "Wolf Pact": "Worlds Collide" viene resa con una violenza che non si era sentita sul disco così come "Fire Shall Come", di una potenza devastante, stravolta rispetto alla costruzione precisa che aveva su disco per diventare una bordata industriale fuori controllo. Piacevole assistere alla creazione di suoni direttamente dal palco, Boyd Rice estrae un fischietto e manda in loop il fischio, efficace esempio di come creare un disastro sonoro con poco o nulla. In contrasto con il marasma di frequenze che escono dalle casse l'enorme figura non si sposta di un centimetro dalla sua postazione, e pian piano il rumore si affievolisce, scompare e torna il silenzio...
...Death in June...
Ed ecco finalmente il momento più atteso della serata, le devastazioni industriali di Boyd Rice sono volte al termine ma il pubblico non si muove di un millimetro, l'attesa per la Morte in Giugno è giunta al termine, occhi puntati sul palco pronti a carpire qualsiasi movimento. D'un tratto ecco spuntare due mimetiche, maschere: ci siamo! Douglas avanza nel suo classico completo, sventolando la bandiera con il logo di DI6, acclamato dal pubblico presente, pochi secondi e parte una versione da guerra di "Till the Living Flesh is Burned", sia Douglas che Murphy picchiano come dei forsennati sulle percussioni, imponente nel suo incedere, l'inizio è carico di pathos ma anche di una certa "violenza" dettata dalle percussioni incessanti e da un sample che si ripeteva costante e distorto in sottofondo (lo stesso che potete sentire sul live "Heilige!" durante il pezzo "KuKuKu", giusto per capirci) anche durante le successive "KuKuKu" e "Little Black Angel". Stranamente aggressivo, l'estetica della divisa, la negazione dell'icona del frontman con il volto celato dalla maschera. E' la musica protagonista, in un unico impatto che coinvolge l'occhio e il cervello, teatrale è l'aggettivo giusto e ci si accorge ben presto che risulta difficile staccare gli occhi dal palco. L'emozione cresce con il passare del tempo, quel sample che ormai dava quasi fastidio e che rendeva "nervose" le prime battute dello show, pian piano si spegne, allontanandosi e il concerto entra in una fase più intima dove fanno capolino classici memorabili. Il passaggio è segnato anche da un cambio di maschera, tolta quella che siamo abituati a vedere sul suo volto nelle copertine dei dischi, Douglas indossa uno strano elmetto con "tendina" che cela il volto ed eseguirà tutto il live così, mostrando il suo viso solo nell'esecuzione dei due bis. Perle come "Fall Apart", "She Said Destroy", l'acclamatissima "Death of the West", una "Runes and Men" con il testo leggermente modificato (ma sono molti i pezzi che ne hanno subite...) che recitava "Then my loneliness closes in, i drink italian wine...". Classici immancabili come "But, What Ends When the Symbols Shatter?" o "Rose Clouds of Holocaust" (durante la cui esecuzione rimango sconvolto da una ragazza che davanti a me accenna a ballare su queste note...no comment) scorrono via rapidamente ma lasciando il segno, un segno che emoziona. L'audience apprezza visibilmente il concerto, urla, e applausi si sprecano e più di una volta Douglas si esibisce in un sentito inchino di fronte al pubblico. Siamo alle battute finali, Mr. Pearce scende dal palco, un momento di pausa per cercare di riassumere tutto ciò che abbiamo visto e sentito, ma vediamo che lo stage si rianima: "Heaven Street" scuote il silenzio e ci riporta indietro a quel 1981, anno dell'inizio di tutto questo, e fa una certa impressione fermarsi a pensare che senza questo pezzo 21 anni dopo noi non saremmo qui a vedere questo show. Poi ancora un pezzo tratto da "All Pigs Must Die" ed una splendida "People" nel finale con Boyd Rice veramente emozionante...Niente da dire, nonostante gli anni e un album parzialmente discutibile come l'ultimo, dal vivo Douglas mette in mostra la storia del suo progetto e a sentire queste note si tratta veramente di una grande storia, che fa piacere riascoltare...
...I drink italian wine.
Ed anche il live di Mr. Pearce volge al termine, dopo i bis e gli applausi, il palco si svuota e come sempre accade (purtroppo, aggiungerei io) non c'è nemmeno il tempo di riadattarsi all'ambiente che subito l'atmosfera si satura di note sparate dalle casse e gente che comincia a ballare sotto una pioggia di luci stroboscopiche. Tutto questo mentre il mio cervello era ancora immerso in una "contemplazione postuma" di ciò che avevo appena visto, ma tant'è il suono brusco (e fastidioso) mi riporta in me e comincio a guardarmi in giro per capire dove sono i miei "camerati". C'è un po' di movimento nel backstage/bagno del Binario Zero (anche se chiamarlo backstage è veramente un azzardo...). Vado a fare un giro anche io da quelle parti, incontro Boyd Rice che firma autografi, scatta fotografie e chiacchiera amabilmente con tutti. Veramente un personaggio incredibilmente affabile nonostante la stazza e la violenza che lascia fuoriuscire quando è sul palco. Mi intrattengo un attimo anche io a scambiare qualche parola sull' Italia e su amici in comune (ciao Depla!), sulle visite nel comasco di cui si può leggere tutto anche sul sito LongLiveDeath, e rispettivo sopralluogo dove il Duce venne catturato. Poco più in là, lo stanzino dove Douglas tranquillamente sorseggia del vino bianco è preso d'assalto da fan che lui da perfetto gentiluomo accoglie con tranquillità scambiando qualche parole e concedendosi per fotografie di rito. Non c'è che dire, un truce nazista pronto a uccidere...Saluto anche Mr. Pearce e siamo pronti a lasciare il locale ormai trasformato in una bolgia dantesca di luci e suoni, ma tutto questo non riguarda noi.
Ritroviamo la macchina (eureka!), saluti e via verso casa senza troppi discorsi o aneddoti, in fondo per me la serata è finita nel momento in cui Douglas ha smesso di suonare, il resto è stato un continuo deja-vu.
Dav-wn

Der Blutharsch live in Bologna
19/07/2002
- The day after -
The day after : Non sono solito soffermarmi troppo su situazioni compiute e finite ma il live di Der Blutharsch con annessi e connessi si deve necessariamente esimere da questo rituale per il semplice fatto che come “evento“ ha superato lo status di concerto musicale, di manifestazione culturale, ed è stato trattato come qualcosa di diverso. Lungi da me creare un caso dove il buon senso di coloro che hanno un minimo di cervello sa distinguere una situazione da un’altra, ma sta di fatto che se, a ragion di logica, questo concerto si è svolto nella più totale tranquillità e semplicità, altri luminari della libertà di parola ne hanno tracciato ben altri contorni.
Ora, dato che spesso gratuitamente le parole volano senza cognizione di causa, sorge ovvio fare delle piccole considerazioni quanto meno di carattere puramente tecnico sulla situazione che si è creata. Lo show ha smosso un po’ di animi, sopratutto di chi ha voglia di giocare con cose che non conosce solamente per darsi un tono, e al di la’ di ciò, di chi vuole presentare i fatti in una maniera che può essere facilmente travisata a vantaggio di propri scopi. Questo comunicato compare su un sito dei DS, all’indomani del concerto (ometto nomi di persona perchè ciò che conta è il testo):
L'UNICA AMMINISTRAZIONE CHE HA PATROCINATO LA BAND -----------------------------------------------------------------(DIRE)- BOLOGNA- INVITANDO IL GRUPPO "DER BLUTARSCH" AL CONCERTO DI VENERDI' SCORSO IN PIAZZA SAN FRANCESCO, "IL SINDACO E LA GIUNTA DI BOLOGNA HANNO SBAGLIATO, ED E' BENE CHE LO AMMETTANO". **** (DS), VICEPRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE, CRITICA ALL'INIZIO DELLA SEDUTA DELL'ORGANO ASSEMBLEARE DI PALAZZO D'ACCURSIO, LA DECISIONE DI PATROCINARE L'ESIBIZIONE DELLA BAND CHE, AFFERMA L'ESPONENTE DELLA QUERCIA, "ACCRESCE LA SUA POPOLARITA' TRAMITE SIMBOLI, CANTI E INNI PARANAZISTI". PROPRIO BOLOGNA "E' L'UNICA AMMINISTRAZIONE CHE HA DATO UN PATROCINIO PER LO SPETTACOLO- SOTTOLINEA ****- MENTRE ALTRE, ANCHE ALL'ULTIMO MOMENTO, HANNO FATTO SALTARE IL CONCERTO". INSOMMA, PER **** "SI PUO' SBAGLIARE", MA E' NECESSARIO CHE "IN CONSIGLIO COMUNALE O NEL LUOGO CHE RITIENE PIU' APPROPRIATO", MAGARI PER LE CELEBRAZIONI DEL 25 LUGLIO, "IL SINDACO AMMETTA DI NON AVER COMPIUTO LE VERIFICHE NECESSARIE E PROMETTA CHE EVENTI COME QUESTI NON SI VERIFICHINO PIU'".(ABO/ DIRE)17:16 22-07-02Intanto si poteva scrivere correttamente il nome del gruppo...ma non chiediamo troppo memori delle gesta all'Interno 20 il dicembre scorso...
Poi sarebbe quanto meno corretto sottolineare una cosa: solo 3 anni fa, in data 29 maggio 1999, al Teatro Polivalente Okkupato il sig Der Blutharsch tenne un concerto, in compagnia di DIJ e NON, andando a costituire un terzetto da far accapponare la pelle ad ogni "antifascista domenicale" che (non) si rispetti.
Ma evidentemente, per motivi che a noi meri fruitori di musica sfuggono, a qualcuno faceva comodo puntare il dito e richiamare l'attenzione su questo live specifico, come se quello di tre anni prima fosse avvenuto, in realtà, 3000 anni prima quando Albin usava, per altro, una iconografia ancor più marcata rispetto ad oggi. Questo è esattamente ciò che io intendo per manipolare le cose a proprio vantaggio.Ora: il piazzale antistante la costruzione era immaginariamente diviso in due da una linea. Da un parte gruppo di persone intervenute per lo show, e un esiguo spazio parzialmente occupato da una struttura provvisoria adatta per un live show tecnicamente di poche pretese come quello di Albin & Co. qualche mimetica, anfibi e solo la presenza di qualche disimpegnato vampirello dall’improbabile chioma.
Il resto dello spazio è stata letteralmente preso d’assalto (ma credo sia cosa rituale dei week end e non fattore esclusivo del 19 luglio...) da un sacco di giovani (disadattati) del posto che hanno creato decisamente più trambusto e disordine della allegra brigata austriaca. Capannelli di gente seduta, sdraiata, pressoché abbandonata per terra, bottiglie e attrezzatura varia per “tabacchi aromatici & affini” abbondano, a tratti le nuvole di fumo che provengono dai vari gruppetti fanno concorrenza alla fog machine di Der Blutharsch...strana situazione davvero. Soprattutto se calcoliamo che le insinuazioni sull’operato di Albin Julius sono del tutto gratuite, (o devo pensare che l’intero consiglio dei DS ha fatto un dibattito sullo show sparandosi a palla “The Pleasures Received in Pain” o “The Track of the Hunted”??...), che non c’è stato nessun problema di ordine causato dallo show, e ormai anche i muri di quella chiesa lo sanno, nessuna propaganda filo-nazi...
Di contro l’amabile e libertaria gioventù accampata nella piazza ci ha propinato chiasso notturno ben oltre la fine dello show con accenni di rissa e bottiglie frantumate; nonché un “Jamaica party“ improvvisato sul sagrato. Ed in definitiva non credo che le medesime persone si siano preoccupate di raccogliere tutto ciò che veniva via via abbandonato per terra, neuroni compresi. Nessun giudizio e nessuna accusa, solo che forse dichiarazioni del genere potrebbero essere evitate, magari impiegando il tempo per rendere vivibile la piazza alle persone che nelle costruzioni limitrofe abitano da anni e che, forse, si preoccupano più di questi problemi che di un estemporaneo concerto che ha richiamato un po’ di persone in una calda serata d’estate.Aspettiamo fiduciosi...
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AIN SOPH - III
(Old Europa Cafè)
Questa è la terza cassetta riesumata da OEC, materiale uscito originariamente in sole 100 copie mai più ristampate e completa il viaggio a ritroso nel passato di questa band di importanza storica in Italia. Esce oggi come doppio cd, comunque in un'edizione limitata di 565 copie numerate, che vede alle prese il solo Crucifige con manipolazioni sonore minimali, grezze e ripetitive. Numero chiuso quindi per questo lavoro ed in effetti trattasi di materiale rivolto direi solo ai fan vista la difficoltà della proposta e, nel nome dell'idea di fondo, è stato sacrificato un approccio tipicamente musicale in virtù di uno "studio sonoro" volto a pratiche magiche. Il concept del lavoro non è scindibile dal risultato perchè proprio il fine ultimo del disco è il movente e la causale di particolari scelte quali appunto l'esasperato minimalismo e il ripetitivo decorso costante dei suoni. Il primo cd contiene il "rituale 00", una sola traccia con un unico ripetitivo loop il cui scopo è aiutare in esercizi di Bhakti Yoga. Giustificato, anzi, oserei dire logico a questo punto, che il dischetto 1 si snodi su ripetitivi e apparentemente illogici loop riproposti fino alla nausea. La cosa migliore è il secondo cd contiene la track "The Failure of Jesus, visible obscurity, garbage, the city and the death", tratta anch'essa dalla cassetta uscita nell'85. Ancora Crucifige da solo, in preda al delirio a costruire suite di elettronica minimale e ambient veramente ostiche e difficili sebbene apprezzabili inquadrate nel contesto in cui uscirono. Sicuramente non il lavoro più rappresentativo del combo, da cui anche la tiratura limitata, indicato solamente ai fan e a chi ha intenzione di analizzare la proposta musicale degli AS durante il suo sviluppo e la sua mutevole essenza che gli ha portati dove sono oggi. Interessante, ma non indispensabile in quanto inferiore al valore artistico delle prime due cassette e di quell'ottimo compendio musicale che è "Rituals", una eccellente dimostrazione delle atmosfere ricreate dal vivo.
Dav-wn

Der Blutharsch
live a Bologna - 19/07/2002
Como – Bologna: 250 km circa: Il prologo è abbastanza breve. C’è un live show gratuito di Der Blutharsch a Bologna, concerto estemporaneo cui seguirà un’altra data a Rieti, con una serie di telefonate e messaggi ci si accorda per presenziare all’evento, l’attrattiva di vedere Albin Julius in “assetto guerra” nella cornice di una piazza centrale della città rossa è forte e perfino il buon Marco Wertham, che sarebbe ritornato dalla terra d’oltre Manica solo due giorni prima, alla fine si aggrega. Compagnia al completo. In marcia!
Venerdì il nostro gruppo, diviso nella scelta dei mezzi di trasporto, parte alla volta dell’Emilia, io, Wertham e una gentile fanciulla sulla mia macchina. Il buon Malin e altri due “Comrades” su un’altra vettura, altri in treno, appuntamento con una nutrita schiera di personaggi che saranno presenti al concerto. Trasporto con me il maestro di cerimonia della situazione a cui toccherà di fare tutte le presentazioni del caso...
AutostrADE: Nemmeno nelle più infami ed infernali viscere della terra troverete chaos come sulle trafficatissime autostrade italiche in un week end soleggiato: l’italiano medio sente l’irrefrenabile richiamo della villeggiatura forzata e si mette in macchina col risultato poi di rinfrescarsi, al massimo, in autogrill e far giocare i pargoli tra un paio di Tir posteggiati in area di sosta. Ma siano in Italia, le partenze intelligenti non sono ancora arrivate. Noi purtroppo per questioni di distanze e prevenzione traffico (operazione fallita...) ci prepariamo alla partenza intorno alle 16.30, tempo di ritrovarci tutti e di andare a prelevare il Sig. Wertham a casa sua, convenevoli vari e siamo in strada; ahimé ci rimarremo per molto allietando il viaggio con chiacchiere sulla scena industriale e su altri loschi figuri, musica, kilometriche telefonate aventi per argomento la discografia di Runes Order e altre goliardiche situazioni che rallegrano l’atmosfera torrida. In controtendenza con, presumo, il 90% dei neo folkers diretti a Bologna la nostra auto sciorina rock’n’roll a tutto andare con i Turbonegro che fragorosamente tentano di farci dimenticare l’impietosa segnalazione del termometro, fin troppo caldo per essere solo Luglio. Milano è crocevia drammatico a livello di passaggio veicoli e infatti cominciamo una estenuante coda, che si protrarrà finché non imboccheremo la direzione di Bologna. Nel frattempo accadimenti vari ed eventuali ci risollevano il morale che già striscia sull’asfalto bollente. Mentre stancamente stiamo in fila ci si affianca un pulmino con delle giovanissime ragazzine tedesche che ad un tratto rivolgendosi verso la nostra auto...si tirano su le magliette mettendo in mostra l’operato di madre natura! Ignari, i genitori, guidano come nulla fosse...tra lo stupito e il divertito cominciamo a divagare in discussioni idiote che è meglio non riportare...Peter Sotos docet!!
Non bastasse inquietanti segni premonitori fanno la loro comparsa durante il tragitto: per ben tre volte ad altrettanti caselli le macchine che ci precedono ci presentano un bell’88 nel numero di targa...cominciamo bene!
Bologna, vicoli e cunicoli: Fissiamo come luogo di ritrovo per la congrega l’uscita dell’autostrada e ci dirigiamo verso il centro, sotto la sapiente guida di Marco, (dis)perdendoci in una serie di strani cunicoli e sensi unici degni del labirinto del Minotauro fino ad invischiarci in una straducola senza uscita dove abbandono la macchina (mi chiedo: mai possibile che quando vado ad un concerto, vedi DIJ a Milano, devo sempre lasciare la macchina in un posto dove le probabilità di non rivederla sono palesi? mah...). Ci armiamo e comincia la ricerca della Piazza in questione, cortesemente segnalataci via cellulare da ClauDEDI che sta facendo da tour operator (di bar e affini...) al panzermusicante austriaco. Raggiungiamo la locazione, palco già montato, una struttura molto spartana ma d’effetto nel complesso della piazza in generale, disposto ad un lato del piazzale antistante la chiesa. Tutto sommato mi aspettavo di peggio, dato il luogo, data l’organizzazione e date le visite varie ed eventuali che gli ensemble si sono fatti in centri sociali assortiti e calcolando l’attuale moda che vede tutti sedicenti antifà, no global con griffe Nike su tutto il corpo e girotondi di recente apparizione. Fortunatamente NO!
Siamo all’aperto, la temperatura è decente e l’ambiente ideale (per ora...). Nessun residuato di “goticume” vario, riesumato all’ultimo da qualche bara con ragnatele finte, per ora sembra tutto perfetto. Qualche giovane riconoscibile da abiti, anfibi e armamentario paramilitare affine già si nota; tutto sommato all’ora in cui giungiamo conto si e no 10 persone “esteticamente” pronte per Der Blutharsch. Passa non molto tempo e la piazza si comincia a riempire di “personalità” conosciute o meno. Arrivano in breve tempo ClauDEDI, poi Albin Julius (con inseparabile...bottiglia) e compagnia al seguito, Flavio Rivabella e i Mushroom’s Patience più altre personalità del mondo sotterraneo che erano presenti. Menzione d’onore e mio gaudio personale nel momento in cui Depla mi presenta Max Ribaric di Occidental Congress, presente con la compagna; dopo tanto tempo passato a sentirci costantemente via mail ci siamo trovati dal vivo...scene da “Carramba che sorpresa”...
La compagnia è ottima, la gente pure, si sprecano battute e divertenti siparietti, foto di repertorio dovute ad incontri da lungo tempo attesi e altre volte rimandati...sembra di stare in famiglia. E il concerto?!
Dalla Cina con “furore”: Mentre la nostra attenzione è ormai stata deviata dal concerto al semplice intrattenimento con amici, una ragazza passa e mi consegna un plico di fogli spiegandomi cosa sta per accadere. Cuisong Qu è il nome di una cantante cinese che si esibirà sul palco con canzoni della tradizione popolare. Tra una cosa e l’altra finalmente questa bizzarra manifestazione si mette in moto, confesso di essermi perso la cosa, per altro di breve durata e dall’effetto decisamente soporifero, per mio sostanziale disinteresse e per mia difficoltà nel seguire, sui fogli, i testi delle canzoni...scritti in cinese.
Nel nome del Padre...: E’ l’ora del primo “highlight” della serata. Francesco Zekkini (che
scoprirò poi con incredibile sorpresa essere addirittura laureato in lettere!!) sale sul palco per dare vita ad uno “spettacolo” (virgolette d’obbligo) totalmente assurdo secondo il sottoscritto, che davvero comincia a dubitare del fatto che anche Albin Julius debba suonare, e ancor di più comincio a dubitare della sanità mentale dell’individuo sul palco. Su una base simil-elettronica rinforzata a tratti da sprazzi di chitarra questo personaggio a dir poco cabarettistico si diletta nel recitare frasi pressoché sconnesse o tutt’al più legate assieme da qualche perverso meccanismo che solo lui ha compreso. Tra il divertito e il depresso sento volare nel cielo (davanti ad una chiesa, vorrei ricordarlo) frasi come “Batte la lingua sul glande!!”, “Sperma di androide...”, “Attendiamo l’avvento del cupo oscurantismo...” e via a blaterare di misticismo, fine del mondo, Mozart e non so cos’altro. A qualcuno può anche piacere ma io decisamente sono troppo lontano dalle idee/paranoie espresse in questo contesto e lo show mi cattura ben poco. Comincio a divertirmi, ma sopratutto a preoccuparmi d’altro, nonostante un innato senso masochistico mi spinga, anche mentre parlo con qualcuno dei presenti, a tendere un orecchio per recepire l’ennesimo delirante schiamazzo. Mi dileguo anche dalla zona concerto, facendo due passi e ritrovandomi pressoché spaesato in mezzo a questi portici fatti con lo stampino tanto da dover richiedere a degli indigeni del posto dove si trova la Piazza. Ritorno giusto in tempo per sentire il nostro eroe introdurci “allo spettacolo sado-fetish (?!?!..*##@§!!) di Der Blutharsch”. Ok, è davvero troppo...
Nella tana del lupo...: Perfetto, il pazzo in questione non ci ha messo molto a sbaraccare l’attrezzatura con cui ha eseguito lo “spettacolo”: poche cose tra cui la più utile, forse, un patibolo con cappio annesso. Sul palco si aggirano i vari “macchinisti” intenti a montare quanto meno le percussioni per un David (Novo Homo) che si presenta in maniera molto trendy, con occhiali scuri, camicetta da cowboy e gel sui capelli...un figo! Fog machine e si parte. Da dietro la cortina fumogena non si vede nulla, poi ecco il bagliore che ci rassicura, il marchio di fabbrica ormai classico per ogni show...le fiaccole! E’ tardi sono le 23 circa quando Mr. Julius sale sul palco, è buio, le luci sono accese ad illuminare la facciata della chiesa, l’usuale motivo d’apertura invade lo spazio circostante. Contesto suggestivo, all’aperto, con una leggera aria che a intervalli lascia il palco avvolto in questa nebbia artificiale da conflitto bellico a volte trasfigura il tutto facendo disegnare al fumo bizzarrie nell’aria. In un primo momento il suono esce caotico, le voci sovrastano tutto, cosa insolita rispetto ai normali live di Der Blutharsch ma bastano un paio di pezzi perché i signori addetti al mixer riescano a regolare i livelli con decenza in modo da dare quella sensazione battagliera che si respira in questi live. Il sound si fa più compatto, esplosivo e l’aria si satura di un plumbeo suono militare-industriale. “Patria Et Libertas” è, ormai, un inno della falange armata austriaca che la spara a tutto volume finalmente con dei livelli di suono efficaci per rendere al meglio anche in questa cornice. La voce di Albin è imperiosa come gli ordini lontani di un generale ai suoi uomini sotto il fuoco nemico, sepolti da polvere e piombo nelle trincee... “God Punish England” esplode, sembra un imperativo categorico, perentorio, sul momento viene quasi da guardarsi in giro alla ricerca di nemici (che in quella piazza erano facilmente individuabili...). La musica tratteggia nere istantanee di guerr(igli)a, attimi i cui il tempo perde consistenza e sfuma i propri contorni con quelli degli anni bui dell’Europa; marce storiche rimodellate sotto potenti percussioni e inserti elettronici sembrano essere possibili colonne sonore; sullo sfondo nuove trincee e nuovi conflitti. E noi spettatori...
La scelta dei pezzi, estratti dai vari album, è stata azzeccata per un live e non mancano rituali classici a cui siamo abituati come la pergamena letta che vola poi tra le prime file e non è la sola cosa a volare: un mazzetto di cartoncini con sopra la scritta “Molti Nemici, Molto Onore” ci piove in testa e si disperde sul piazzale...l’ultima cosa che mi aspettavo di veder piovere su una piazza della città rossa.
Presenza scenica da vendere, freddi e distaccati quanto lo impone l’atmosfera, il live si anima quando l’austriaco imbraccia un tamburo con logo di DB disegnato e fragorosamente scandisce i suoni compatti che sovrastano il vuoto notturno. Sul finale Albin (forse non troppo lucido data la quantità industriale d’alcool ingerita prima dello show...) passa dietro le percussioni per lasciare le luci della ribalta a Mr. Novo Homo, che dietro al microfono da prova di saperci fare, mentre il suo compare perde nell’arco di 20 secondi prima una bacchetta poi l’altra, ma il risultato non cala di tono: grande pezzo. Chiudiamo la nostra oretta di kinky march music con un bis di “Patria et Libertas” rifatta in versione “punk”, molto più gridata e sguaiata con Mr. Julius che prende a calci l’asta del microfono, tira acqua sul pubblico e si dimena, a discapito forse della fredda e radicale marzialità del brano; ma il risultato è dannatamente coinvolgente e dona un tocco “caldo” a questa performance.
Un classico motivetto popolare, il “Canto degli Arditi”, fa da sfondo ad Albin, Marthynna e David che lasciano il palco; nel momento in cui lo sento mi viene naturale girarmi per osservare la reazione della massa umana accatastata alla meno peggio nel resto della piazza che però non si muove di un millimetro dalla sua posizione...probabilmente il tasso di alcool e THC ha sedato gli animi in anticipo, meglio così. Meno problemi per noi, meno neuroni per loro...e avanti il prossimo.
L’assedio è finito: Terminato il concerto mi faccio un giro al banchetto allestito nelle vicinanze del palco dove fa bella mostra di sé il già mitico cofanetto “multi cd in pelle umana” contenente remix vari ed eventuali, brani usciti su compilazioni e altre amenità del genere, lo lascio intonso. Il mio interesse per Der Blutharsch non raggiunge questi picchi, lo adoro nella dimensione live ma su disco preferisco altro, ragion per cui il mio interesse devia subitaneamente sul 10” contenente il live a Lione, acchiappato seduta stante. Mi intrattengo a parlare un po’ con tutti adesso che la musica è finita, scattano un po’ di festeggiamenti per il compleanno di Depla, che arriva con lo scoccare della mezzanotte (auguri!!). Il buon Ribaric mi da delucidazioni sul suo progetto personale RAB e sul disco che ha in (eterna) preparazione, con ClauDEDI invece finiamo a parlare di scena punk e dei grandi Nerorgasmo, storico act torinese, mentre Albin si è riattaccato alla bottiglia! E’ giunta l’ora del congedo, obbligatorio giro di saluti e ringraziamenti e siamo pronti ad andarcene, non prima che i disadattati che infestano ormai tutto il piazzale ci regalino un accenno di rissa, e bottiglie in frantumi...grazie, mi mancava. Rischiavo di tornare a casa senza il mio “incontro ravvicinato del 3° tipo” con la rinomata fauna da centro sociale bolognese.
Ci incamminiamo verso la macchina insieme a Max che deve venire a ritirare un prezioso e oscuro testo che il Depla ha portato dall’Inghilterra (taccio sugli scabrosi contenuti...), camminando scopriamo i risvolti della scena folk che vede più o meno tutti i presenti con un passato di metallari e uno ancor più remoto sulle ruote di uno skateboard! I manga invece sono argomento tutt’ora d’attualità, tipici diversivi da nazisti antidemocratici....
Chiudiamo la serata con un simpatico siparietto offertoci da un uomo di colore che nel piacevole sfondo della viuzza da sobborgo depresso in cui siamo ci passa a fianco completamente ubriaco (o drogato, non so, non l’ho fermato per chiederlo...), parlando da solo e imprecando in lingue sconosciute degne di un racconto di Lovecraft. Finalmente si parte, con il sentito augurio di ritrovarsi presto per un’altra occasione come questa, è stata una serata splendida, ottima musica, ottima gente di cui serberò memoria per molto molto tempo...
Sembra fatta ma non facciamo i conti con il sonno del sottoscritto che “buca” l’ingresso dell’autostrada e si perde in giro per la Romagna, passando per una decina di volte da due paesini che ricorreranno ancora per molto negli incubi di chi era in macchina con me: Spilamberto e Vignola, due agglomerati urbani, oserei dire due villaggi, date le dimensioni insignificanti, ma noi siamo ugualmente riusciti a perderci...
Entriamo in autostrada che sono le 3.00 del mattino, qualche boccone in autogrill e ripartiamo verso casa; guido perdendo (per sonno...) due “membri dell’equipaggio” all’altezza di Parma. Un grazie, quindi, alla gentile fanciulla che resterà sveglia insieme a me fino a casa. Lascio tutti davanti alle rispettive dimore che ormai c’è già luce, sono le 7.00 quando tocco il suolo davanti casa.
Buonanotte.
Dav-wn
Un saluto a tutti coloro che c'erano, e un particolare ringraziamento a Stefania R. e Flavio DBPIT Rivabella per l'utilizzo delle foto che vedete qui dentro (dato che le mie sono venute inguardabili...)
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AIN SOPH - I
(Old Europa Café)
AIN SOPH - II
(Old Europa Café)
Continua questa retrospettiva dedicata ad Ain Soph, un culto che ritorna. Ritorniamo alle origini, per paradosso proprio mentre tutti aspettano, a 10 anni di distanza dal discusso "Aurora", il nuovo "Ottobre". E così se il 2002 è pronto a segnare il ritorno noi siamo qui a parlare della nascita. Nascita sotto diversa forma, musicalmente almeno, rispetto ai lidi sonori che in quasi 20 anni di carriera sono stati toccati. I due nastri qui presenti uscirono, andando a ritroso nel tempo, rispettivamente nell'84 e nell'85. Due nastri che vedevano il combo impegnato in una commistione musicale-rituale tra ambient e una forte componente mistico esoterica, colonna portante dei primi anni di attività della band e in quel periodo argomento cruciale per il nascente movimento (A. Crowley, Dee e affiliati furono uno spunto che tracciò un immaginaria linea d'unione tra le sperimentazioni inglesi e quelle di altre entità). Riascoltare oggi questi nastri su supporto ottico fa uno strano effetto, immaginarsi il clima di quegli anni, il coinvolgimento delle persone in una scena che allora era veramente underground e animata solo da passione. Pochi i nomi che vengono in mente in relazione alla proposta qui presente, accostabile, almeno per il concept e per l'impatto alle prime cose di Current 93, per citare un nome che poi negli anni ha avuto un giusto riconoscimento. L'interesse per il mondo magico si presentava già agli occhi dell'ascoltatore dal contenuto del booklet (presenti qui sotto) in cui venivano tracciate le linee guida concettuali delle opere. L'approccio artistico si sviluppava attraverso ossessive suite di musica sperimentale permeate da un aspetto magico e iniziatico, riscontrabile attraverso i passaggi plumbei ed oscuri dei vari brani, lenti nell'incedere, ripetitivi come veri e propri mantra. A tratti minimali all'inverosimile, su tappeti sonori si innestavano rare e distorte percussioni suoni estranei e distanti a richiamare una dimensione metafisica, slegata dal tangibile. Questi primi due atti di Ain Soph sono da annoverarsi tra le cose più riuscite, testimonianza di un periodo fondamentale nella crescita della band poi evolutasi in diverse direzioni; forse non apprezzate in pieno da chi muove ora i primi passi in queste sonorità, ma come spesso accade, l'evoluzione di uno stile (a)musicale nel tempo, l'innovazione, l'esuberanza di uscite prive di creatività ha portato ad uniformare delle proposte sterilmente perfette, nella costruzione e produzione, ma totalmente mancanti di quell'atmosfera che è forse oggi irrecuperabile se non da chi l'ha vissuta in prima persona. E' anche per questo motivo che rimarco l'importanza di questi due dischi, analizzati nell'ottica del periodo in cui uscirono, che ancora oggi reggono il confronto con molto materiale più recente, non per complessità sonora, quanto per lo spettro di sensazioni e atmosfere che riescono a trasmettere, metro di paragone insostituibile in un genere che fa della capacità di "ricreare" il suo vessillo. E grazie quindi a Old Europa Café che stempera l'attesa del nuovo lavoro riconsegnandoci l'atemporalità di due opere magicamente cristallizzate ed eterne.
Dav-wn
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L'interno dei booklet di "I" (a sinistra) e "II" (qui a destra) | |
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AIN SOPH - AIN SOPH
(Elfenblut)
Ain Soph sono un collettivo in vita e in attività in Italia addirittura dall'84, fondamentali per la nascita della scena esoterica italiana e considerati giustamente all'estero come una colonna portante di questo tipo di musica, avendo inciso anche per etichette come World Serpent e Staalplaat e godendo della stima di personaggi come Albin Julius, Novy Svet e altri ancora. Il disco in questione uscito originariamente su Staalplaat nel '92, in tiratura limitata, è stato fortunatamente ristampato (cosa che sta avvenendo per quasi tutto il resto del materiale, segno di un interesse crescente per questa fondamentale band) dalla Elfenblut in una tiratura di copie accettabile rendendo il disco reperibile più facilmente. Essendo il collettivo Ain Soph attivo su più fronti artistici e avendo più volte cambiato la formazione durante la ormai più che decennale carriera è dovere di cronaca citare i membri che sono coinvolti in questa splendida realizzazione, ovvero: CLAUD.E.D.I. (membro storico del combo), Crucifige, Marcello Fraioly e Giacomo Martines. Sgombriamo subito il campo da dubbi, questo omonimo album è sicuramente una delle più belle release del gruppo ed una delle più significative, dato che alterna pezzi dal sapore dark ambient (anche se non nello stile Cold Meat o affini) e ballate folk-rock con voce e chitarra. La varietà è sicuramente un pregio, considerando anche che il disco mantiene per tutta la sua durata un'atmosfera tesa e mistica nonostante le sonorità differiscano da pezzo a pezzo. Scurissime ed impenetrabili nella mostruosa opener "V Chiave di Enoch". Drammatiche le note di pianoforte in "Azazel" sorretta anche dalla voce declamatoria di Crucifige, cerimoniere e interprete misterioso anche di testi di Rivière, Frédérique (la sensazionale "Adieu Aux Reves") e Francesco Petrarca autore delle parole di "Datemi Pace", brano culto degli Ain Soph, assolutamente sorprendente ed emozionante. In chiusura del disco, "Prologon", stupendo brano dal sapore sacro e rituale (ascoltate le parole di Crucifige in apertura...) in cui tastiere e arpeggi di chitarra acustica creano atmosfere surreali. Una delle prove più rappresentative degli Ain Soph; non lasciatevi scappare l'opportunità di scoprire la Magia che accompagna questo disco, sarebbe una imperdonabile mancanza.
Dav-wn
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AIN SOPH - RITUALS
(Old Europa Café)
E dopo la ristampa dei tre nastri ecco una chicca che la Old Europa Café ci mette a disposizione. Questo "Rituals" riemerge sempre dallo stesso oscuro periodo industrial-esoterico della metà degli anni '80 per finire nel nostro lettore a testimoniarci quello che Ain Soph erano sul fronte live, situazione in realtà che i nostri hanno sempre dosato con parsimonia. Un compendio, quindi, a quel periodo. La particolarità si trova nelle condizioni in cui questo lavoro è nato: in data dicembre 1985 quello che allora era il nucleo della band (ClauDEDI, Thx, Crucifuge, Foraenovis) tenne un concerto privato in una mansarda di un palazzo ottocentesco di Piazza Venezia. Concerto che poteva finire nell'oblio ma che grazie all'operato della OEC vede la luce oggi. Contenuto in un digipack di ecopelle il lavoro si presenta come un qualcosa di staccato dalle tre cassette appena ripubblicate, nell'ottica di proporre qualcosa di particolare per un'occasione così speciale quale poteva essere vedere AS live, nessuna riproposizione sterile ma una rielaborazione che da nuova forma, un'esperienza musicale diversa, che valeva la pena provare e che oggi vale la pena di ascoltare. Seguendo le stesse tematiche e intuizioni musicali il lavoro diventa riassuntivo del contenuto dei nastri ma non dal punto di vista strettamente esecutivo quanto da quello dell'atmosfera ricercata, donando anche quella componente live che è spesso assente nei lavori in studio, studiati in maniera metodica, e che invece fluisce tra le frequenze di questo disco; un incontro ipotetico tra la cornice antica che ha fatto da sfondo all'esibizione e la modernità elettronica delle composizioni. Una maggior presenza di suoni, un mood differente, meno dispersivo forse, rispetto a "I" e "II" (la cui prolissità era comunque ricercata e dovuta visto il concept attorno a cui ruotavano), creato apposta per l'esibizione rendono questo "Rituals" un tassello in più nel mosaico Ain Soph, quanto mai intricato e disperso negli anni di attività di un gruppo che si è distinto per "trasformismo" perfino nella line-up, aperta ad interventi esterni e intercambiabile come si è visto. La cosa comunque che più mi fa piacere è il riconoscimento tardivo ma necessario a questa formazione, la cui importanza trascende dal numero di uscite, o dal marchio presente sui loro lavori, ed è da ricercare nel ruolo svolto per il movimento intero, in Italia e oltre. Ora e per sempre, precursori.
Dav-wn
BENSON is GOD


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RIFLESSIONI SULLO STATO PRESENTE DELLE COSE Trovare gli insegnamenti della Creazione che i Plejarani ci hanno fornito tramite Billy Meier, offre una grandissima opportunità e una possibilità unica di acquisire un gran numero di preziose conoscenze di carattere scientifico e sullo spirito molto utili alla nostra vita, alcune delle quali sono state confermate nel corso degli anni da ricerche e scoperte effettuate dagli scienziati della Terra. Spesso chi si pone alla ricerca delle verità fondamentali della vita e dell'universo, si imbatte in tutta una serie di dottrine religiose, settarie, esoteriche, filosofiche che forniscono risposte preconfezionate alle grandi domande, ma se le si esamina con serietà e profondità, si nota come le risposte fornite da tutte questi presunti insegnamenti siano in realtà false, illusorie, vacillanti, contraddittorie o comunque incomplete. Al contrario gli insegnamenti esposti negli scritti, nei libri e opuscoli FIGU sono sempre logici, razionali, coerenti, profondi ed esaustivi e permettono perciò di ottenere numerose spiegazioni e chiarimenti riguardo alle più importanti questioni inerenti il nostro pianeta, la sua storia passata, il nostro sistema solare, l'origine dell'universo, l'evoluzione spirituale, la Creazione e i perché della nostra esistenza in generale . Una volta intrapreso questo percorso di ricerca sorgono inevitabilmente sempre nuovi interrogativi suscitati dalle conoscenze che si acquisiscono man mano. Essi rappresentano ulteriori stimoli per l'approfondimento personale delle tematiche connesse con il materiale pubblicato da “Billy” Meier e dalla FIGU. Molte scoperte sorprendenti e nuovi insegnamenti attendono la persona che cerca sul cammino della conoscenza. Questo cammino infatti non ha fine, anche se la ricerca della verità effettiva delle cose è talvolta ostacolata e resa difficile dai molti problemi e avversità della vita materiale, e del pianeta Terra in generale, dall'incomprensione e dai fraintendimenti che circondano queste tematiche, oltre che da chi ci specula e si arricchisce distorcendole e falsificandole. E' stato detto che il cammino, ovvero la via è lo scopo, ma è il caso di aggiungere : la via che conduce al riconoscimento e all'approfondimento delle leggi e comandamenti universali della Creazione. E' possibile che chi abbia avuto nella vita la fortuna e l'opportunità di incontrare sulla propria strada queste profonde e importanti fonti di conoscenza, sia talvolta tentato di diffonderle in modo entusiastico e irrazionale o con spirito missionario, di volerle cioè inculcare per forza agli altri o di volerli comunque convincere della loro validità. Ma tutto questo è assolutamente sbagliato. Infatti solo in seguito ad una sentita necessità interiore, ad una sincera urgenza di cambiamento e alla ricerca personale si può sviluppare un atteggiamento che consenta la corretta comprensione delle verità effettive della Creazione e dello Spirito così come di qualsiasi altro concetto . Ciò può certamente essere favorito o stimolato da colloqui tra amici o conoscenti e dalla trasmissione di informazioni in proposito, tuttavia soltanto attraverso un reale, profondo bisogno interiore si può arrivare a porsi quelle domande che consentono di orientarsi verso questi insegnamenti. In caso contrario gli eventuali impulsi conoscitivi provenienti da una qualsiasi persona sono destinati a cadere nel vuoto o ad essere osteggiati e negati o ancora a suscitare un senso sterile di superficiale curiosità che non è in grado di generare nessuna spinta evolutiva. Sovente si genera in queste persone una rischiosa confusione mentale. Perciò piuttosto che condannare e giudicare il prossimo per questi atteggiamenti, è bene analizzare i propri pensieri, azioni e sentimenti, cercando di correggere quanto vi è in essi di sbagliato e controproducente. L'arroganza, il senso di superiorità nei confronti degli altri sono nocivi perché, se si osserva il processo dell'evoluzione, si nota come esistano diversi livelli o gradi di evoluzione a seconda di ciascuno individuo e del suo percorso spirituale e che quindi non tutti si trovano nello stesso punto o livello. Ciascuno tuttavia attraverso molte vite corporee e nuove personalità avrà la possibilità di proseguire il cammino intrapreso, di migliorarsi e progredire nell'evoluzione spirituale. Come pianeta, sul piano collettivo, è certo desiderabile che l'umanità avanzi sulla strada del riconoscimento delle verità della Creazione con più rapidità, ma occorre anche vedere la situazione della Terra e dell'umanità attuale così com'è, ossia in modo neutro, perché soltanto così è possibile farsi un quadro realistico del momento storico che attraversiamo e delle problematiche ambientali, sociali, politiche e religiose che lo caratterizzano. Lamentarsi della situazione presente non serve, occorre invece che ciascuno in base alle sue capacità contribuisca individualmente in maniera logica e razionale , tramite le proprie azioni e i propri pensieri a cambiare la condizione generale del nostro pianeta e dei suoi abitanti. Se analizzassimo in profondità noi stessi, sapremmo valutare in che modo agire e cosa fare nella nostra posizione e situazione per migliorare noi stessi e di conseguenza anche la condizione degli altri esseri umani. L'umanità infatti non è che una somma di individui, e il cambiamento può avvenire non dall'alto verso il basso, ma viceversa a partire da quello di ciascun singolo individuo. La storia dimostra che le decisioni calate dall'alto da re e sovrani, tramite regimi coercitivi e dittatoriali non servono a produrre un reale mutamento delle cose, ma hanno anzi per effetto ribellioni, guerre civili, rivoluzioni, tumulti e malcontento. Le stesse rivoluzioni sono tutte sfociate a loro volta nel terrore puro e nell'inutile spargimento di sangue, finendo per sostituire a regimi dispotici e oppressivi, forme di governo altrettanto violente e spesso sanguinarie, in ogni caso irrispettose delle libertà e delle scelte individuali dei cittadini. Le strutture di potere che opprimono gli uomini della terra, quali le istituzioni religiose, le varie forme di culto, gli apparati militari, i servizi segreti e i grandi gruppi economici, i governi dittatoriali e guerrafondai che arrecano solo morte, miseria, distruzione, lutti e dolore sulla terra, sono tenute in piedi grazie all'appoggio politico, finanziario, materiale e psichico diretto o indiretto di molte persone che li finanziano, sostengono, votano, ecc. Si pensi, tanto per fare un esempio, alle religioni di culto. Se i credenti o adepti che ne fanno parte gli sottraessero il loro sostengo morale ed economico e si astenessero dal partecipare ai rituali, alle cerimonie e adunate previste da questi culti religiosi, essi perderebbero nel giro di non molto tempo la loro importanza e influenza. In conclusione occorre dunque riaffermare che è necessario, affinché le cose comincino a volgere al meglio, che noi tutti si inizi a comprendere e seguire le leggi e comandamenti della Creazione e dello Spirito, divenendo responsabili nei confronti di noi stessi, degli altri e dell'ambiente che ci circonda. E' tempo che noi impariamo a vivere in pace, amore, rispetto reciproco e armonia smettendo una volta per tutte di massacrarci barbaramente e di infliggerci a vicenda morte, terrore, miseria, torture, pene capitali, sofferenze indicibili, disperazione, odio e guerre. E' tempo di porre fine allo sfruttamento indiscriminato e irresponsabile delle risorse naturali, causa della distruzione progressiva del nostro pianeta e di immani catastrofi naturali. Infatti se non siamo capaci di rispettare il pianeta che ci ospita, non siamo nemmeno capaci di rispettare il nostro prossimo e noi stessi. E' tempo di fermare la sovrappopolazione che minaccia la sopravvivenza del genere umano e che è alla base di quasi tutti i mali e le degenerazioni che affiggono l'umanità. E tempo di lasciarsi alle spalle tutte le sette, i gruppi settari e fanatici di tipo religioso, politico ed esoterico fondati sull'imbroglio, l'inganno, la falsificazione e la distorsione della verità spirituali e che sono solo fonte di odio e divisione tra le persone, allontanandole dal cammino verso la scoperta e il riconoscimento effettivo degli insegnamenti reali sullo spirito e sulla Creazione. Andrea Bertuccioli |
Non dimenticate di giocare al gioco dell'anno "Clicca & Sputa" con TOTTI.
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